Ernia del disco cervicale
Che cos’è l’ernia del disco cervicale:
La colonna cervicale è composta da 7 vertebre, numerate da 1 a 7 dalla base del cranio alla sezione toracica della colonna. Il disco intervertebrale è una struttura articolare cartilaginea, posta fra due vertebre, la cui funzione è quella di assorbire gli urti e le sollecitazioni della colonna, in analogia a quanto accade per i cuscinetti degli ammortizzatori. Ha una forma approssimativamente circolare, composta da una porzione centrale molto idratata, chiamata nucleo polposo, ed una porzione periferica fibrosa e resistente detta anulus fibroso. L’ernia del disco si manifesta quando il nucleo polposo perde la sua posizione centrale nel disco e si fa strada fra le fibre dell’anulus, fino a fuoriuscire all’esterno. Quando ciò si verifica, tale materiale espulso può entrare in contatto con le radici spinali o, nel caso delle ernie cervicali, anche con il midollo spinale (vedi immagine), andando a determinare i segni ed i sintomi peculiari di questa patologia.
Fisiopatologia ed epidemiologia
Questo processo può verificarsi rapidamente ed in forma acuta, oppure, più frequentemente, in forma lenta e cronica. Nel primo caso, la sua formazione è quasi sempre conseguenza di un trauma e la sintomatologia è più grave e rapida a manifestarsi. Nelle forme lente o croniche, l’ernia è causata da fenomeni di degenerazione e disidratazione del nucleo polposo, come anche dall’allentamento ed indebolimento delle fibre dell’anulus fibroso, eventi questi che rientrano nel normale processo di invecchiamento del disco intervertebrale. In questi casi l’insorgenza dei sintomi è più insidiosa e graduale e tende ad essere anche meno grave. Se tale condizione perdura nel tempo, si assiste ad una scorretta usura meccanica delle componenti ossee, cartilaginee e legamentose dell’articolazione coinvolta, che porta inevitabilmente alla degenerazione artrosica della stessa, ossia alla spondilodiscoartrosi. In questa fase, l’ernia, che presenta una consistenza molle, lascia il posto o si accompagna alla formazione di osteofiti, ossia pretuberanze ossee non reversibili, che comprimono le strutture nervose e che possono essere eliminate solo con l’intervento chirurgico. L’ernia discale cervicale rappresenta una patologia relativamente comune, considerando che nella popolazione occidentale si manifesta in forma sintomatica per 1 persona ogni 5.000 individui. Insorge più frequentemente fra i 30 ed i 50 anni di età, con una prevalenza leggermente superiore per le donne, anche se recentemente, verosimilmente a causa delle posture assunte coi computer e telefoni cellulari, l’età di insorgenza si sta facendo più precoce.
Sintomi dell’ernia del disco cervicale
La sintomatologia clinica è estremamente varia e dipende prevalentemente da fattori individuali e dalla rapidità di insorgenza della patologia. Nelle forme acute e post-traumatiche è generalmente gravissima con segni di interessamento midollari come paralisi alle braccia e/o agli arti inferiori.
Nelle forme più comuni su base degenerativa ad andamento cronico, le manifestazioni cliniche possono essere di tipo radicolare o midollare, a seconda di quali strutture nervose vengano coinvolte dalla compressione. La manifestazione più comune e meno grave è quella radicolare, caratterizzata da un dolore, spesso inizialmente sordo, che si distribuisce al collo, alla spalla e al braccio. Il dolore è presente sempre, indipendentemente dalla posizione assunta o dai movimenti, ed è spesso accompagnato da parestesie, ossia sensazioni di scosse o formicolii fino alla punta delle dita della mano. Qui può essere presente anche l’ipoestesia, ossia la riduzione della sensibilità tattile. Nelle forme di lunga durata si può presentare anche l’ipostenia, ossia la perdita della forza di specifici distretti muscolari del braccio e della mano. La manifestazione midollare è ben più grave, in quanto spesso i sintomi che si instaurano possono essere irreversibili. Si tratta di compressioni verso la parte centrale del canale vertebrale, dirette al midollo spinale (vedi immagine) e che si presentano con scarso dolore, se non localizzato alla sola regione del collo, ed una paraparesi spastica, ossia un irrigidimento ed un indebolimento della muscolatura degli arti inferiori. Da ciò deriva una ridotta capacità alla deambulazione, dovuta sia alla rigidità della muscolatura delle gambe, sia alla ridotta forza in questi distretti. Ovviamente delle forme miste che combinino le caratteristiche delle varianti radicolari e midollari sono possibili e presentano dei quadri clinici intermedi.
Diagnosi
La diagnosi clinica deve essere confermata dalla diagnostica radiologica, il cui passaggio fondamentale è la Risonanza Magnetica Cervicale senza mezzo di contrasto. Questo esame permette di visualizzare perfettamente sia le strutture nervose coinvolte sia la componente discale e legamentosa delle articolazioni cervicali. L’esame dovrebbe essere eseguito, sempre in prima battuta, in presenza dei sintomi suddetti e mai inutilmente preceduto da radiografie semplici della colonna cervicale o TAC. Questi ultimi esami vengono richiesti dallo specialista solo in seconda battuta, per valutare alcuni parametri ai fini della scelta del tipo di intervento chirurgico da eseguire, ma non per fare diagnosi. Nella fattispecie, la TC cervicale è utile per valutare il grado di calcificazione delle componenti disco-legamentose della regione, mentre la radiografia semplice della colonna cervicale, se arricchita da sequenze dinamiche in flesso/estensione, è utile a valutare eventuali instabilità vertebrali coesistenti. Infine non va tralasciata la diagnostica funzionale, ossia quella serie di accertamenti non d’immagini, ma elettromagnetici, che valutano l’integrità delle radici nervose e del midollo spinale, quali appunto l’ElettroMiografia (EMG), l’ElettroNeurografia (ENG) ed i Potenziali Evocati Motori (PEM) e Somato-Sensoriali (PESS).
Trattamento conservativo dell’ernia del disco cervicale
Le strategie terapeutiche si dividono in trattamento conservativo e chirurgico. Il trattamento conservativo viene prescritto nei casi meno gravi delle forme radicolari, in cui la manifestazione clinica è esclusivamente il dolore, senza segni di riduzione della forza agli arti e senza evidenza, agli esami strumentali, di compressioni midollari. In tali casi è opportuno procedere con un trattamento di tipo conservativo, perché nella maggior parte dei casi risulta risolutivo. Questo è caratterizzato da:
- riposo funzionale, ossia evitare sforzi e sollevamento di pesi con le braccia;
- rieducazione posturale, ossia correggere, con l’aiuto di un fisioterapista, tutti gli atteggiamenti e le posture scorrette, della colonna tutta e della cervicale in particolare. Sono invece sconsigliate le manipolazioni cervicali passive in presenza di un’ernia;
- assunzione di farmaci quali gli antinfiammatori, sia steroidei che non, i farmaci specifici per il dolore neuropatico e gli integratori dei fattori di crescita e riparativi dei neuroni.
Trattamento chirurgico dell’ernia del disco cervicale
Il trattamento chirurgico è riservato a tutte quelle forme in cui il trattamento conservativo, ben condotto per almeno 30 giorni, si è dimostrato fallimentare, oppure in tutte quelle forme in cui si presenta da subito una sintomatologia da compressione midollare o una riduzione importante della forza agli arti. Le opzioni chirurgiche sono molteplici e dipendono principalmente dalle caratteristiche anatomiche e patologiche valutate caso per caso. Nella stragrande maggioranza delle ernie semplici, il trattamento di scelta è la microdiscectomia per via anteriore, una procedura condotta al microscopio, che consente di eliminare completamente il disco vertebrale lesionato, attraverso un piccolo taglio eseguito in una piega cutanea della regione anteriore del collo. Il disco asportato verrà sostituito da un piccolo e leggero supporto, detto “cage”, fra le due vertebre (vedi immagine) ed i risultati clinici di solito sono immediati; l’effetto estetico è altamente soddisfacente in quanto il taglio di ridotte dimensioni e nascosto in una piega cutanea, nonché la chiusura con sutura intradermica, permettono i migliori risultati possibili. Altri trattamenti chirurgici prevedono:
- la laminectomia o la laminoplastica, che viene eseguita incidendo la parte posteriore del collo, per le patologie localizzate su molti livelli e caratterizzate dalla presenza di un’ossificazione del legamento longitudinale posteriore;
- la micro-discectomia associata ad una stabilizzazione vertebrale, ossia l’impianto di viti e placche in titanio, nei casi di concomitante instabilità vertebrale, ossia movimenti anomali delle vertebre identificati agli esami radiologici pre-operatori.
Conclusioni
